CIKUTA intervista ANGELA VALCAVI

 ANGELA VALCAVI intervista epistolare 2026

intervista Angela Valcavi

|cikuta magazine|

Abbiamo pensato di fare una chiacchierata con Angela Valcavi, autrice di un trittico editoriale legato all’universo controculturale degli anni 80 e 90: 
Fame. Il romanzo di una fanzine (2017), L’Università della strada (AAVV 2018) e l’ultimo Via Rismondo 117 (2025).
Dopo un breve contatto abbiamo inviato i nostri spunti e lei ci ha deliziato con le sue considerazioni ... buona lettura.

1 Fame. Il romanzo di una fanzine, il contributo in L’Università della strada e ora Via Rismondo 117. Chi/Che hai raccontato in questo percorso?

Racconto principalmente della ripartenza di un’intera generazione, della grande ondata creativa che ne è scaturita attraverso centinaia di fanzine e descrivo quelle che ho contribuito a realizzare, che sono state alla base di quel ricchissimo movimento che negli anni ’80 è stato l’autoproduzione dal basso.
Ho scritto del vuoto nel passaggio tra due epoche storiche, della difficile stagione dell’uscita dal buio degli anni ’70, dalla repressione poliziesca successiva al cosiddetto Teorema Calogero del 7 Aprile 1979, dalla disperazione dell’eroina che aveva invaso le piazze e dalla sensazione di solitudine che quella realtà aveva generato, di come andava ricostruito tutto. 
È stato grazie al punk, alla sua spinta oltraggiosa e di rivolta, che è diventato possibile organizzare la solitudine con la condivisione di mezzi di comunicazione autonomi e indipendenti e iniziare un importante percorso che ha attraversato un decennio. 
Appena entrata nei miei 28 metri quadri di ‘ringhiera’ nel quartiere di Baggio, (a fine 1979 avere 20 anni e due stanze marce era abbastanza raro) ho iniziato la mia nuova vita travolta dall’energia rivoltosa del punk e una cena dopo l’altra con la mia amica storica e i nostri nuovi amici nacque Fame. La chiamammo così perché avevamo fame di tutto! 
È stato attraverso un atto apparentemente banale come quello di preparare sedici pagine e di decidere di mandarle in stampa (addirittura 1000 copie!) che abbiamo iniziato a riempire un vuoto e grazie alla fanzina, alla sua distribuzione (ovviamente militante) i contatti personali si sono arricchiti e si sono trasformati, e la musica e la carta fotocopiata o stampata hanno restituito a molte persone la coscienza della propria esistenza.
In ‘Fame. Il romanzo di una fanzine’ per AgenziaX racconto quella bellissima avventura concentrandola nello spazio tempo simbolico di una manciata di mesi adottando la forma del romanzo: i personaggi si incontrano, si scoprono, si amano, si supportano, diventando famiglia e facendo rete costruiscono il progetto della fanzine tra vicende esilaranti e tragiche, tra palchi e occupazioni, birra calda e pogo. È una storia di amicizia, la storia di un sogno, di speranze, una storia sotto molti aspetti comune a chi ha vissuto quegli anni.
In ‘L’Università della strada’ AA.VV. per AgenziaX a cura di Moicana. Centro studi sulle controculture il mio intervento si inserisce nel contesto del lavoro sulle controculture e sulle espressioni dell’underground contenuto in questo libro, trattando della creazione e della diffusione delle fanzine come spazio di autorappresentazione, comunicazione ed espressione culturale autonoma.
Di aspetto e intento più documentaristico è invece quest’ultimo lavoro, ‘Via Rismondo 117’ per Interno4, che pur definendosi romanzo è un ibrido tra la narrazione romanzata e gli eventi cronologici che seguono le uscite delle tre fanzine Fame, Amen e Informe, nate appunto in Via Rismondo 117, in quelle due magiche stanze che sono state crocevia di esperienze, dove si sono incrociati i destini e le vite delle persone, dove sono stati preparati i materiali cartacei e sonori autoprodotti.
In questi tre libri parlo di autoproduzione dal basso, di come sia stato indispensabile ed estremamente semplice entrare in contatto, comunicare idee, scambiare esperienze, elaborare contenuti attraverso le forme più consone al proprio circuito esperienziale.

2 Piermario Ciani, riferito alle fanzines (con la “s” finale… non scherziamo), scrive:
“Non si sa quando escono ma certamente hanno vita breve perché chi le fa vive di sogni e dopo un po’ è costretto a svegliarsi e l’impatto con la luce del giorno è fatale per una fanzine.”
Io dilato a piacimento e condivido il concetto, tu cosa ne pensi?


Per la maggior parte delle fanzine l’onirismo citato da Ciani ha generato dei bellissimi lavori unici dai contenuti poetici, politici, artistici e visuali per i quali era giusto che la materia dei sogni si concretizzasse sulla carta anche solo per un momento e, in questi casi, il valore dell’effimero è stato a volte sublime.
La potenza delle fanzine è stata quella di aver espresso una necessità di comunicazione immediata, veloce, con urgenza, quell’urgenza di qualcosa che doveva essere realizzato subito, per non perdere tempo e non bruciare quell’idea, quell’immagine, quel concetto, quel messaggio. È stata la necessità urgente di trasmette qualcosa e di comunicare, fosse un pensiero, una poesia, un urlo, rivolta o musica o arte: ecco perché tante schegge sono state lanciate e sono scomparse velocemente in quella luce del giorno che ogni giorno si rinnovava. Senza pensarci troppo. Qualcuna non usciva più, altre proseguivano il loro percorso senza una periodicità fissa, quando si poteva, ma nonostante la precarietà la quantità di fanzine prodotta è stata strabiliante! All’apice della produzione tra 85 e 86 si stima che circolassero intorno alle 600 fanzine, ma non ne conosceremo mai il numero effettivo a causa dell’estrema fluidità del fenomeno. Perché la diffusione delle fanzine è stato indubbiamente un fenomeno sociale rivoluzionario di grande rilevanza e potenzialità: chiunque poteva fare quello che voleva senza limiti e con pochissimi mezzi!
Per quello che riguarda la mia esperienza il sogno è durato nel tempo prendendo sempre più forza grazie alla continuità dei progetti che hanno inserito le fanzine in un contesto sempre più ampio, di diffusione nazionale, facendole diventare (soprattutto Amen che ha goduto del periodo di maggior splendore della diffusione del medium) un punto di riferimento, una redazione aperta dove accettavamo proposte, leggevamo e rispondevamo alle lettere che arrivavano a decine, ascoltavano demo e progettavamo le uscite, fino al caso di Informe il cui progetto internazionale si è arricchito progressivamente di materiale di MailArt, fotografico, performativo, architettonico, in una definizione di spazio creativo aperto dove hanno trovato accoglienza espressioni multimediali che arrivavano da mezzo mondo.
I progetti usciti da via Rismondo si sono costruiti quasi da sé partendo da uno spontaneismo creativo che si è modellato su un unico percorso e ha attraversato un decennio rigenerandosi e seguendo un’evoluzione: Fame, Amen e Informe sono state una la conseguenza dell’altra fino all’implosione del circuito delle autoproduzioni dopo dieci anni dalla prima uscita di Fame quando l’impatto con la luce di un certo giorno è stato fatale e il risveglio per me è stato terribile. Mi sono trovata mutilata, senza aria, a dover costruire un nuovo spazio di sopravvivenza mentre tutto stava nuovamente mutando e la comunicazione stava entrando nell’era digitale stravolgendo di fatto le modalità di scambio e di incontro.

Amen fanzine |copertina

3 Che tipo di scintilla aveva dato il punk a tutto il fermento che in pochi anni avvolse e travolse quell’Italia urbana, giovane e antagonista negli 80/90?

A parte i primi fenomeni commerciali e più prettamente musicali del punk italiano 77 (esauritosi nel giro di pochi mesi), il punk stesso, quel “movimento dell’oltraggio” di cui avevo letto in un numero della rivista controculturale Re Nudo, è stata la scintilla, è stato il fermento che grazie alla sua forza identitaria ha avvicinato tra loro molte persone. L’abito faceva il monaco e il Punk faceva il codice visivo. Da lì è nato tutto. 
A fare chiarezza ci pensarono i Crass con “Punk is dead”: “Ain’t for revolution, it’s just for cash”. Quel brano sancì il confine tra un prima e un dopo. Un confine netto tra la realtà commerciale del punk assorbito dal sistema e la rivendicazione della sua identità antagonista, quella che arrivò dal boicottaggio del concerto dei Clash a Bologna nell’80, che sarà la pietra fondante del punk politico e dell’intero circuito DIY. Da quel momento iniziò a formarsi e si espanse una rete di contatti tra realtà nazionali per la costituzione di un circuito che sarebbe diventato sempre più concreto con la ripresa delle occupazioni a carattere sociale e aggregativo (con la conseguente nascita del circuito dei centri sociali autogestiti) collegato dal bollettino Punkaminazione, la fanzine nazionale con redazione itinerante.

4 Parlando tra amici (pochi) sull’importanza delle fanzines nella contro cultura del secolo scorso il nome di Amen è emerso come rappresentativo e testimone di quel periodo, leggendoti invece sembra non trasparire la consapevolezza di aver lasciato una traccia, sembra quasi che tu sminuisca, a posteriori, l’importanza di ciò che hai realizzato … o sbaglio?

No, non sminuisco nulla, anzi rendo giustizia a quei percorsi mettendoli in fila e raccontandoli con grande affetto, valorizzando i tre progetti che sono usciti dalle mie due stanze e raccontando contemporaneamente, in parallelo, il contesto storico, la realtà cittadina e quella nazionale che diventavano sempre più organizzate. 
Con Via Rismondo 117 faccio un po’ di ordine con notizie dirette, di prima mano e documentate, raccontando la genesi di Fame, istintiva, divertente, per me è legata a un periodo di libertà bellissimo; Amen progetto immenso durante il quale l’autoproduzione ha raggiunto il massimo della sua espressività, un periodo che lego indissolubilmente alla rivendicazione degli spazi sociali e alla presa della città; Informe bellissima, che ho amato allo spasmo, forse la fanzina che mi rappresenta maggiormente e che completa un percorso personale.
Ripercorro un vissuto collettivo e pagina dopo pagina, scorrendo il libro, escono il valore e l’importanza di ciò che è stato realizzato. Certo, mentre facevamo le fanzine, mentre occupavamo, mentre ci organizzavamo, mentre vivevamo tutto questo, immersi totalmente nella nostra realtà, non ci siamo mai posti (mi riferisco in generale a chi faceva fanzine e progetti) il problema di incidere nel tessuto culturale o lasciare una traccia per il futuro, più che altro ci auspicavamo di recuperare le spese affrontate per le uscite successive. Se consideriamo che vendere 100 o 200 copie era già un successo, le 1000 (mille) copie vendute dei numeri sia di Fame che di Amen furono una sorpresa così come il seguito che ebbero entrambe le fanzine. Se non traspare quella che nella tua domanda definisci la consapevolezza di lasciare una traccia è perché questo non era il nostro intento primario e rivendicare questo aspetto non è nell’intenzione del libro. Fame, Amen e Informe hanno lo stesso valore simbolico che sta nel progetto comunicativo e non nel feticcio.
Nello specifico di Amen probabilmente quella scritta ‘darkzine’ contribuì a caratterizzarci in modo identitario e per qualcuno diventò il simbolo di un’appartenenza. 
Quando qualche settimana dopo decidemmo di organizzare il concerto del gruppo della cassetta allegata al primo numero di Amen, una marea nera invase il salone del Leoncavallo che avevamo chiesto al comitato di occupazione. In quel momento ci accorgemmo che stava succedendo qualcosa che andava oltre all’aver stampato sedici pagine di una fanzine. 
Non ci aspettavamo quell’invasione ma, evidentemente avevamo intercettato un bisogno, lo stesso bisogno che avremmo soddisfatto continuando a organizzare i concerti dei gruppi che uscivano sulle cassette allegate alla fanzina, quattro nel giro di pochi mesi. Contemporaneamente prendemmo atto che quel ‘Darkzine’ impresso rischiava di rinchiuderci in una gabbia e di vedere male interpretato il nostro lavoro. 
Il successo dei concerti di Amen al Leo ci dette la conferma di aver occupato uno spazio esistenziale che andava solo riempito tanto che da lì a poco, grazie ai contatti presi in quel periodo, complice anche la frequentazione del Virus dal quale volevamo emanciparci, nacque il collettivo che iniziò ad agitare la città.   
Credo che l’aura iconica che ha acquisito Amen nel tempo sia legata alla continuità e alla profondità del progetto, alla proposta dei temi ma anche a un immaginario costruito a posteriori. Avevo e avevamo una estrema consapevolezza di trasmettere contenuti e spunti di riflessione ed era per questo che lavoravamo: oltre alla trilogia Dio, Patria e Famiglia, dedicammo il quarto numero a sessualità, omosessualità, separatismo lesbico, temi particolarmente difficili per il bigottismo, il profondo machismo e maschilismo diffuso (il collettivo di Amen aveva una composizione prevalentemente femminile). Un'altra uscita particolarmente significativa fu la splendida monografia a dieci anni dall’approvazione della legge 180 che aveva chiuso i manicomi, alla quale allegammo una compilation in picture disc. La consapevolezza di aver fatto qualcosa di splendido è sempre stata per me una certezza, lo ribadisco nelle pagine del libro, senza enfasi e con la giusta obiettività, restituendo una cronaca che racconta pagina dopo pagina numero dopo numero, produzione dopo produzione, Fame, Amen e Informe (che ha avuto la sfortuna di essere un progetto bellissimo nel momento sbagliato, chi ha avuto la fortuna di leggerla lo sa!). Nel libro è tutto molto ben allineato. Il peso di ciò che è stato fatto è enorme. Ho fissato su quelle pagine l’alto valore documentale di un’epoca straordinaria in cui ogni forma di comunicazione è stata possibile.
Così come il punk ha permesso a chiunque di prendere uno strumento e salire su un palco allo stesso modo ha reso possibile a chiunque di prendere dei fogli, colla e forbici per trasmettere pensieri e immagini ed è questo il focus del lavoro di Via Rismondo 117.

Fame fanzine|copertina


5 Amen come espressione della subcultura dark italiana come ti suona?

Mi suona malissimo. Intanto mi suona male il termine di subcultura legato a quelle forme di espressione giovanile o forme di comunicazione culturali autonome che definiscono delle specifiche aree di pensiero e rappresentazione di sé come cultura altra. E poi il termine subcultura non mi appartiene. Nel libro insisto sul concetto di cultura vera e propria, autentica, che non è inferiore a nessun’altra, espressione di un’appartenenza e di una realtà, marginale, certamente, ma autonoma. Le controculture degli anni sessanta e settanta hanno espresso il proprio pensiero in opposizione alla cultura dominante e con la loro specificità si sono espresse anche le realtà del decennio successivo. Definire sottocultura le espressioni giovanili degli anni ’80 significa generalizzare, banalizzarle, sminuire e insterilirle adottando l’odioso termine di incasellamento sociologico senza considerare la potenzialità della carica culturale espressa.
E poi ‘subcultura dark’ mi suona male perché ci accorgemmo ben presto che la definizione di ‘darkzine’ fu un auto gol sull’impeto dell’uscita del primo numero con la copertina dell’Anticristo. Ci trovammo ingabbiati in una definizione che strideva tra il nostro intento (i nostri testi non lasciavano spazio a fraintendimenti) e l’impressione di essere assimilati a un atteggiamento di moda, da poseurs. Il dark dei modaioli di via Torino del sabato di shopping con le cotonature alla Robert Smith con i crocefissi capovolti non faceva parte del nostro immaginario e nei numeri successivi cercammo di liberarci dall’immagine che ci eravmoa appiccicata addosso.
Nei manifesti dei concerti che organizzammo successivamente al Leoncavallo con Amen This is religgion (con due g!)si unirono come firmatari quelli di Fame, Hydra Mentale, SMD e Creature Simili. Creature Simili fu una definizione stupenda della quale non ci rendemmo conto al momento, ma fu la fortunata definizione di quanti di noi non si identificavano nel punk ortodosso del Virus. Creature Simili univa tutte quelle entità che partendo dal punk avevano iniziato a guardare al post punk, al dark e all’industrial, fu fondamentale per definire tutte le persone che erano diventate una nuova identità non strettamente legata al punk che iniziava a declinare in hard core e che diventò il gruppo germinale che decise di prendersi gli spazi che non avevano: dall’utilizzo del salone Leoncavallo passammo alla contestazione al convegno sulle bande giovanili, alla ricerca e al tentativo di occupazione di spazi per i giovani, alle manifestazioni in via Torino e in altri ambiti cittadini, fino ad arrivare alla costituzione dell’Helter Skelter all’interno del Leoncavallo, alla stagione delle occupazioni sociali e del coordinamento degli spazi sociali autogestiti. Per soddisfare un bisogno essenziale di socialità, per esistere. 

6 La tua scrittura non è mai contorta ma ci sono dei momenti (quando ad esempio parli di Luca Rossi in Via Rismondo 117) in cui muta di colori e diventa sofferta anziché brillante. Dove ti piaci di più?

Sono entrambe espressioni di una narrazione che ha bisogno di descrivere sentimenti appropriati. Il contesto stabilisce i confini delle parole e di conseguenza il ritmo delle emozioni. Amo entrambi gli aspetti che definiscono la mia scrittura, cerco di trasmettere le emozioni che ho vissuto e mi auguro di riuscire a coinvolgere chi legge, di restituire il clima, che sia doloroso o divertente.

7 Sfogliando un catalogo AMEN THX 1138 appare con convinzione la tua anima internazionalista con progetti dedicati all’Irlanda, al Salvador e al Sud Africa. Hai qualche emozione particolare da trasmetterci in relazione all’argomento?

Nei numeri di Amen abbiamo toccato diversi aspetti che riguardavano i grandi temi politici e i cambiamenti che hanno caratterizzato il decennio, noi come molte altre fanzine, ognuna con la sua specificità di linguaggio: dall’occupazione inglese dell’Irlanda del Nord alla guerra delle Falkland, dall’Apartheid agli squadroni della morte in Centro America, dall’esplosione del reattore di Chernobyl all’antinucleare, ai missili a Comiso, la prima Intifada... Era come una specie di obbligo morale non dimenticare le contraddizioni e i conflitti nelle altre parti del mondo. Un pomeriggio Swarz, uno dei primi grafittisti che si aggirava per i muri di Milano a metà anni ’80, arrivò alle Colonne di San Lorenzo, ritrovo abituale del sabato pomeriggio, con un pacco di volantini che aveva fatto: sull’immagine di un uomo che sorreggeva il corpo del figlio ucciso durante gli scontri nel Sud Africa dell’apartheid aveva scritto “L’Italia vende armi al regime nazista sudafricano”. Questo episodio rende perfettamente l’idea sia dello spontaneismo che caratterizzava la nostra area che dell’attenzione alle questioni internazionali, come quando Vincillo, uno dei fantastici quattro di Fame, andò a passeggiare in piazza del Duomo con un carrarmato di plastica trascinato al guinzaglio per ironizzare contro l’invasione americana di Grenada, nell’ottobre 1983. Facemmo anche delle foto che purtroppo sono andate perse. Il ricordo è affiorato all’improvviso dopo anni divertendoci come allora. Sono due episodi che restituiscono l’idea dell’atteggiamento che è stato alla base del clima di quegli anni. Poi, contemporaneamente alla spontaneità e all’estemporaneità di azioni singole, c’era l’aspetto più meditato negli interventi sulle fanze e le azioni concrete come l’uscita del primo 45 giri dei Casino Royale per raccogliere i fondi a sostegno di un progetto in El Salvador.

Amen thx 1138|catalogo

8 Hai vissuto esperienze legate alla mail art, al neoismo al situazionismo comunicandole attraverso “Informe”, una delle creature uscite da Via Rismondo. Cosa pensi della fine di quell’esperienza vista con gli occhi di oggi?

Il progetto di Informe è nato come evoluzione di Amen che già dal sesto numero aveva cambiato impostazione grafica, più pulita e organizzata, sempre caratterizzata da un’abbondanza di nero ma più morbido e che iniziava a guardare con più insistenza a forme espressive vicino a mail art e alle arti performative. In Informe ho voluto approfondire, ampliare e sviluppare la parte artistica internazionale che grazie al circuito della mail art avevo arricchito di contatti. Ero entrata in contatto con situazioni davvero interessanti, dal Canada alla Polonia, dal Brasile alla Yugoslavia, dall’Inghilterra all’URSS. Può sembrare strano ma ancora prima del crollo del muro circolava molto materiale che riusciva a superare la censura dell’Est e tutto molto interessante. 
Di Informe sono usciti due numeri e un terzo, in preparazione, morì sotto i colpi pesantissimi di una distribuzione mal fatta a dalla quale non ho mai avuto un soldo. Il colpo alle mie finanze fu durissimo e come ulteriore impedimento si aggiunse la trasformazione tecnologica con il passaggio al digitale che aumentò i costi di stampa. Le vecchie tipografie chiudevano e le nuove avevano prezzi impossibili, il circuito della distribuzione autogestita nel ’92 si era quasi estinto così che questi fattori furono determinanti per concludere quell’esperienza che si basava esclusivamente sulla distribuzione manuale. Informe metteva in contatto il mondo dell’arte performativa, dell’arte dal basso, senza interferenze commerciali, autogestita così come le fanzine avevano fatto per la musica. 
Il paradosso di quella situazione fu che dopo anni di sopravvivenza tra lavori saltuari e mal pagati, cedetti a un lavoro precario ma stipendiato, e avendo qualche soldo in più mi sarei potuta permettere di entrare in stampa, ma le modalità di comunicazione, scambio e distribuzione erano drasticamente mutate: quello che era stato possibile con la grande orda creativa ora non lo era più. La carica rivoluzionaria delle autoproduzioni si era esaurita. Gli spazi di libertà che ci eravamo presi si stavano restringendo buttandoci fuori. Stava diventando difficile fare tutto. Nessuno teneva più il materiale in conto vendita, i costi di stampa erano diventati proibitivi, le librerie chiedevano rendicontazioni per dei fogli fotocopiati o anche stampati, cosa impossibile proprio per le caratteristiche di libertà e di povertà insite in quello specifico tipo di comunicazione che si autoalimentava. Le fanzine non hanno mai generato utili semmai perdite consapevolmente accettate. Informe doveva rimanere un contenitore dal basso, con le caratteristiche concettuali di una fanzine, trasformarla in una rivista ne avrebbe snaturato completamente la forma.
Informe è stato un progetto bellissimo al quale guardo con grande affetto e rimpianto perché tenuto negli scatoloni dal distributore. Credo che delle 1000 copie stampate ne siano state vendute meno della metà ma chi ha sfogliato le pagine di Informe l’ha trovata magnifica!

9 Sono completamente in sintonia con te nello switch che proponi tra i termini “controcultura” e “cultura altra”. Il mio perché alloggia nella presa di coscienza che la disillusione nichilista prima e l’attitudine a creare un proprio “quotidiano altro” dopo mal si sposa con il prima, del punk naturalmente … il tuo di perché?

La generalizzazione con cui il termine sottocultura viene attribuito ad ambiti che hanno prodotto riviste, musica, pensiero, libri, saggi, arte, performances non solo è riduttivo ma banalizza e definisce queste esperienze giovanili come inferiori e sottostanti alla cultura dominante, facendo una distinzione tra cultura alta e non o, peggio ancora, priva di qualsiasi espressione culturale. La forma “visivo-verbale” delle fanzine va considerata invece come un’espressione culturale autonoma e non sottocultura, ma emancipazione ed espressione di una autonomia culturale, appunto, delle nostre forme di espressione. Noi eravamo e volevamo essere un mondo a parte. Eravamo contro ed eravamo altro, appartenevamo a un mondo con sue specificità e caratteristiche culturali ben definite, con presupposti e percorsi differenti da qualunque altro precedente per genesi e sviluppo. Non controcultura, perché espressione di movimenti precedenti, non sottocultura perché definizione sociologica ed espressione dello studio sugli atteggiamenti giovanili, che codifica e restringe ancora una volta in una gabbia e incasella un atteggiamento che sfugge alle convenzioni. Senza considerare che la stragrande maggioranza delle fanzine abbondavano di riferimenti culturali e musicali pescando e prendendo ispirazione dal panorama contemporaneo e delle avanguardia del ´900, al Dada al cinema surrealista, all’arte performativa degli anni 60 e agli happening, alle sperimentazioni delle avanguardie musicali e rumoriste… e gli esempi sono infiniti. 
Il percorso di elaborazione culturale specifico delle produzioni degli anni ‘80 non ha niente a che fare con il nichilismo a cui ti riferisci, il no future del primo punk è stato il rifiuto di un sistema ma quando quel rifiuto è stato espresso attraverso la creazione di ambiti e spazi di comunicazione l’orda creativa è esplosa e ha realizzato un’infinità di prodotti a cui oggi si guarda con rinnovato interesse.
Ecco perché ho avuto la necessità di raccontare passo dopo passo quello che ho visto e vissuto, per evitare fraintendimenti e mettere un pochino di ordine in una narrazione frammentata e scomposta che diventa storicizzazione.

10 e... il libro (Via Rismondo 117 intendo)?

Nel corso degli ultimi dieci anni sono stata contattata spesso per raccontare le fanzine, il punk, il dark e gli anni ’80 in un crescente interesse per quel periodo tanto che ormai si può parlare di processo di storicizzazione in atto. In questo contesto è capitato che alcune trascrizioni di mie interviste riportassero degli errori di interpretazione tanto da trasformarne il significato. In un caso avevo raccontato di come avessimo scritto FAME alta un metro e mezzo a fianco di un supermercato con un pennello gigante per poi fotografarci e usare la foto come logo per la fanzina: nella trascrizione di quell’intervista la scritta fatta a pennello era diventata a pennarello! Può sembrare un esempio banale ma è capitato che in altri contesti l’errore diventasse così grossolano da snaturare il senso di una frase o di una situazione. 
Se “Fame. Il romanzo di una fanzine” agiva in una sorta di realtà sospesa tipica della narrazione romanzata, con Via Rismondo 117 ho voluto restituire la cronaca degli avvenimenti basandomi sulla documentazione conservata da allora: volantini, manifesti, documenti, fanzine, articoli di giornale, agende e appunti conservati. Incrociando i dati e i riferimenti sono riuscita a ricostruire i fatti e gli avvenimenti in modo puntuale, per contenere il pericolo di una storicizzazione approssimativa. Ho voluto ricordare alcuni avvenimenti che ho ritenuto particolarmente significativi, tralasciandone altri, per raccontare come il decennio 80 sia stata una enorme e ricchissima fucina di creatività e comunicazione, che ha coinvolto molteplici aspetti culturali: sfaccettature di una comunicazione intensa attraverso nuovi linguaggi che prendono il via, nascono, si arricchiscono e si trasformano in una metamorfosi di costruzione di pensiero e alterità. 
In ogni decennio successivo al dopoguerra le generazioni che hanno affrontato e gestito la propria esistenza nel passaggio dall’infanzia all’età adulta lo hanno fatto esigendo degli spazi propri di espressione, esprimendo il rifiuto alle imposizioni e convenzioni sociali, elaborando percorsi rappresentativi della propria epoca e del proprio contesto: un filo sottile lega l’opposizione espressa dalle giovani generazioni attraverso una prosecuzione temporale da un decennio all’altro con le modificazioni che sono la logica conseguenza di una concatenazione di eventi che finiscono per rappresentare quell’entità costantemente soffocata e inespressa. 
Ancora oggi la questione giovanile resta nel limbo dell’autorappresentazione attraverso proprie specifiche espressioni culturali con grande fatica, senza ambiti di aggregazione che non siano la strada e i sempre più precari spazi sociali, eppure ogni generazione trova il modo di esprimersi attraverso propri codici identitari che io insisto a definire cultura. Che sia la cultura delle periferie, della trap, dell’hip hop o quella del variegato mondo delle zine, restano espressioni di alterità fortemente identitarie.


Angela Valcavi|by Luigi Finco






















Commenti